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Gabriele Vacis: Settimo Torinese invecchiata e stanca, ma ancora tenacemente viva

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Qual’è l’idea più importante del film ‘Uno scamolo di paradiso’?

GV: L’idea più importante del film è il riscatto. Il film racconta di una città che aveva tutte le premesse per diventare una banlieue degradata e violenta. Non è andata così. Settimo Torinese, come altre città della cintura torinese e delle periferie del nord Italia in genere, Settimo Torinese è una città vivibile. Una città che ha saputo riscattarsi dal suo passato, che ha fatto di necessità virtù. Quest’idea è importante perchè ribalta un pregiudizio sulle periferie che sarebbero invivibili, alienanti, brutte. Non è sempre così.

Perché ha scelto a fare il film su Settimo Torinese? 

GV: Il rapporto con la città in cui siamo siamo nati è sempre difficile. Come il rapporto con i genitori. Vorremmo staccarci dalle radici che ci tengono legati al luogo dell’origine, eppure finiamo sempre con il tornarci. Se uno è nato in una bella città, a Firenze, a Venezia, o anche a Torino, è facile trovare le ragioni per tornare alla propria terra. Ma se uno è nato in una periferia industriale, le ragioni deve costruirsele. Ho fatto questo film per capire perchè torno sempre in questa piccola città di periferia. Ho fatto questo film per capire parole come origine, appartenenza, identità, fuori dagli stereotipi. E poi ho fatto questo film perchè amo una vecchia canzone di Bruce Springsteen che si intitola “My hometown”, racconta di un padre che una sera carica il figlio in macchina e gli dice: “figliolo, dai una bella occhiata intorno: questa è la tua città”. Ecco, adesso io ho una figlia che se ne va in giro per il mondo e volevo dirle: dai una bella occhiata intorno: questa è la tua città.

Quale sono le differenze tra l’identità del cittadino proveniente di una città grande e di quello di una piccola?

GV: Ho l’impressione che le grandi città siano l’insieme complesso di tante piccole città. Quando esiste la società piccola o grande città non è molto diverso. Nelle piccole città è più facile che ci siano reti di relazioni tra le persone. Relazioni economiche, sociali, culturali, solidali… Nelle piccole città è più facile che ci sia una vita nella strada. Questa è una cosa importantissima: che le persone e le famiglie non restino chiuse in casa a guardare la televisione. E questo è più facile trovarlo nelle piccole città. Però a Torino come a Parigi esistono quartieri, isolati, condomini, in cui la gente si conosce, si invita a cena, organizza la custodia dei bambini e dei vecchi… Le grandi città sono l’insieme di tante piccole città. Nel nostro mondo liquido grande e piccolo si confondono.

Come ha scelto i personaggi del film? 


GV:
 Direi che sono loro che hanno scelto me… All’inizio avevo in mente molte storie, molti personaggi. Poi alcune facce sono risultate più convincenti di altre. Durante il montaggio, per esempio, abbiamo notato una caratteristica in quello che poi è diventato il personaggio principale del film, il geometra Francesco Vacca: in qualunque punto si fermasse l’immagine, il suo viso era divertente, spesso era esilarante, sempre era interessante. Così a poco a poco la sua storia è diventata la principale, quella su cui si innestano tutte le altre storie.

Quali cambiamenti ha portato l’imigrazione a Settimo Torinese? 

GV: Settimo, come altre città di periferia, ha una lunga esperienza di immigrazione. I primi immigrati sono arrivati all’inizio del secolo, poi ci sono state diverse ondate, negli anni trenta, quaranta e cinquanta dal Veneto e dalla Lombardia, negli anni sessanta e settanta dal sud Italia, e negli ultimi venti o trant’anni dal resto del mondo… La percentuale di extra comunitari che vivono a Settimo è nella media del nord Italia. Ma le tensioni sono stemperate dalla lunga esperienza di accoglienza. Abbiamo cercato durante la lavorazione del film, qualcuno che ci confermasse la paura, l’insicurezza che denunciano i telegiornali ogni giorno. Non siamo riusciti a trovarla. A Settimo nessuno ha paura di girare per strada, neanche nei quartieri più popolari, neanche in quelle zone dove io, da piccolo non osavo avventurarmi. A Settimo non ci sono zone ghetto. O sono molto stemperate. Alle case popolari si trovano vecchi immigrati dal Veneto accanto a gente del sud, calabresi siciliani o pugliesi, accanto a nord africani, sud americani e cinesi… A Settimo non c’è San Salvario o Porta Palazzo, non ci sono zone dove abitano solo immigrati. La parola integrazione non è qualcosa di astratto, uno slogan: vuol dire proprio che la città non ha zone specializzate. Così i vecchi piemontesi, che sono ormai pochissimi e molto “incrociati”, vivono accanto agli ultimi immigrati rumeni, ma non esitono neanche zone dove vivono i poveri e zone dove vivono i ricchi… Oddio, ricchi non è che ce ne siano tantissimi, però non hanno zone riservate, sono mischiati a tutti gli altri. Così i giovani non vivono in zone della città riservate, vivono fianco a fianco dei vecchi. E ancora: credo che a Settimo ci siano più ipermercati e centri commerciali che in qualunque altra città della cintura, però in centro ci sono un sacco di negozietti che si sono organizzati sotto lo slogan: “centro commerciale naturale”… Ecco: l’integrazione qui è qualcosa di fisico, di concreto. Non è una parola astratta. E’ qualcosa di urbanistico piuttosto che sociologico. Credo sia l’antidoto più potente alla paura.

Quali sono le diffenze tra l’imigrazione a Settimo e a Torino?

GV: Non ci sono grandi differenze: molti dei nord africani che vendono le loro cinfrusaglie in centro a Torino abitano a Settimo. Così la realtà di Settimo non è molto diversa da quella di certi quartieri torinesi come San Paolo o Vanchiglia, quartieri che assomigliano a piccole città. Mentre la Barriera di Milano, per esempio, ha una grossa concentrazione di immigrati: lì è tutto più difficile. Non perchè gli immigrati sono tanti, ma perchè sono tutti insieme nello stesso posto. Perchè sono isolati. Qualche mese fa a Settimo hanno inaugurato una casa per i Rom che avevano intenzione di rinunciare al nomadismo. Era proprio il momento in cui in tutt’Italia gli zingari venivano criminalizzati e un ministro proponeva di prendere le impronte ai bambini. Qui a Settimo la casa dei Rom si è aperta con la banda che suonava, i bambini che giocavano e il rinfresco. A Settimo, poi, c’è una cosa che credo unica: la vecchia Casa del Popolo si è trasformata in Casa dei Popoli. Bello, no?

Però è vero che contano molto le persone. A Settimo si è verificata una fortunata coincidenza di persone che hanno creato esperienze pilota nell’industria e nell’urbanistica, nella sanità come nella scuola, nella cultura come nello sport. E questo conta.

Come sente la sua città? 

GV: Come una persona malata da tanto tempo. Una persona a cui venti o trent’anni fa avevano diagnosticato pochi mesi di vita. E invece lei è ancora qui. Acciaccata, invecchiata e stanca. Ma ancora, tenacemente viva. Oppure come una ragazza che ha perduto una persona cara, un fratello… E che per tanto tempo ha creduto di non farcela, perchè aveva la sensazione che non le fosse rimasto nulla. E invece piano piano è riuscita a ritrovare le ragioni per tirare avanti, per provarci ancora.

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