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Radiodervish, la colonna sonora di un incontro

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Pubblicato su Assaman

“Mettere tra parentesi per un po’ il proprio mondo per ascoltare il mondo dell’altro, offrirsi all’essere esplorati e all’esplorare se stessi”: questo è il motto di Radiodervish, il gruppo musicale fondato da Nabil Salmeh e Michele Lobaccaro. Nella loro musica creano un linguaggio sperimentale che congiunge diversi orizzonti sonori del Mediterraneo. Arabo, italiano, inglese, francese e spagnolo sono le lingue che alternano nei testi poetici cantati.

L’immigrazione è il tema centrale non solo della loro musica ma anche della loro esperienza vissuta in prima persona: Nabil è di origini palestinesi, è nato in Libano e vive in Italia, Michele invece è di origini pugliesi, è nato a Ventimiglia e poi è tornato in Puglia. Ma i musicisti non cercano la chiusura delle radici che si può trovare nelle loro piccole terre di provenienza. Al contrario, credono nel potere creativo dell’incontro. Secondo i Radiodervish un linguaggio culturale universale che unisca i popoli sarebbe una soluzione anche ai conflitti politici. Nell’Italia di oggi è ancora più importante rendersi conto della realtà del fenomeno dell’immigrazione e scoprire quali possano essere le sue potenzialità, che spesso non vengono correttamente rappresentate nello spazio dell’informazione.

Siete sradicati o meticci? Non appartenete a nessun luogo o forse rappresentate diversi luoghi insieme?

Nabil Salameh: Lo sradicamento è anche una questione di spostamento, di come l’abbiamo vissuto, è presente nella nostra musica. Siamo le nostre radici ma al tempo stesso non lo siamo.

Michele Lobaccaro: Sul piano personale se ci chiedono ‘Chi sei? Di dove sei?’ io non lo so. Sono nato in Liguria in una famiglia pugliese, ora sono di nuovo tornato giù. È un esperienza continua. Non c’è un identità forte. Per Nabil penso sia lo stesso. Ogni volta che mi chiedono “Chi è Nabil?” A volte dico palestinese, a volte libanese, o anche italiano.

N. S. È una somma di sradicamento, che cercando un’identità s’imbatte in delle forme d’espressione che quando ci emozionano gli portiamo sul palco e sui dischi. Sperimentazione è anche in difficoltà di collocarci non soltanto a livello di radici ma anche a livello di gusti musicali o di orizzonte culturale e sonoro. Quando ci chiedono: “Che musica fate?” abbiamo delle difficoltà a rispondere. Ultimamente siamo d’accordo che si tratti di musica mediterranea, non di musica world o musica etnica. Partiamo da alcuni spunti alla rinfusa con cui poi riusciamo a mettere insieme dei pezzi e a sperimentarne le interazioni”.

Cos’è un incontro e come viene creato?

M. L. Mettere tra parentesi un po’ il proprio mondo per ascoltare il mondo dell’altro, quindi gettare le basi per il dialogo. È un esercizio continuo. Non esiste una regola o un metodo ben preciso. È una specie di arte che si affina man mano che si va avanti. Poi l’incontro è il destino dell’umanità. Oggi, in questa fase storica più che mai bisogna farsene una ragione e arrivare con un atteggiamento un po’ diverso da quello con cui generalmente ci si arriva, cioè con la paura e la voglia di conservare quel poco che sia. Piuttosto bisogna imparare ad educarsi, ad aprirsi, a convincersi che nell’incontro tra cose differenti nascono cose ancora più belle e nuove possibilità.

L’Italia è pronta ad aprirsi e a superare le paure?

N. S. L’Italia potrebbe essere a capo di questo universo dell’incontro perché conserva ancora il ricordo di ciò che è stato questo Paese: un luogo di navigatori e di emigranti. Purtroppo spesso si gioca sul piano della paura per speculare politicamente. Poi l’informazione depista o descrive il fenomeno in modi spesso non esatti e non onesti a rigore di cronaca. Ne esce fuori il clima di paura, di inesperienza e di ignoranza. Quando sono iniziati gli avvenimenti in Nord Africa, ci hanno detto che sarebbe stato lo “tsunami dell’immigrazione”. Ma in realtà arriviamo a delle cifre che non sono assolutamente differenti ne dalle previsioni, ne di quelli che erano già nella stessa circostanza.

M. L. Bisogna capovolgere la visione in Italia e in Europa. A livello europeo, ci sono Paesi in cui lunghe esperienze multiculturali sono state dichiarate esplicitamente fallite, come ad esempio il multiculturalismo inglese e tedesco. Sinceramente non so da che punto di vista. Solo che ora siamo tornati a guardarci solo l’ombelico. La crisi economica ancora di più rischia ad esaltare dei nazionalismi, le piccole patrie, le appartenenze. È un discorso che è estraneo alla realtà. Purtroppo noi siamo una piccola luce nel buio culturale. Il discorso di Radiodervish è abbastanza tollerato, ma non è mainstream. A noi va bene così. Il nostro è un piccolo laboratorio, si vive questa realtà. Ci fa piacere che per molti sia anche un esempio, un punto di riferimento. Noi crediamo in questi piccoli laboratori in una società come quella italiana che sta sempre diventando più multiculturale. Nelle scuole sempre di più ci sono bambini che hanno provenienze diverse, che stanno diventando cittadini italiani che stanno creando una nuova italianità. Alla fine creeranno sia artisticamente, sia in altri campi della vita delle esperienze multiculturali e questo sarà un fattore di arricchimento. Malgrado invece vogliano tenere separate le culture, tendere a ‘integrare‘ nel senso di far perdere le origini e imporre una cultura unica. Però anche quella cultura unica non è mai stata unica. È sempre stata una cultura che si è formata dall’innesto delle altre culture, di altri incontri precedenti. Manca una memoria storica a tal proposito.

L’Occidente ha paura dell’Oriente?

N. S. C’è anche un’Occidente innamorato dell’Oriente. Nei giochi di potere se non c’è il mostro, bisogna sempre far sì che le persone vengano spaventate, almeno nell’immaginario. Perché se c’è la paura almeno uno ha una marcia in più per mettergli argine, magari imporre alle persone dei comportamenti speciali che fanno bene al sistema del potere. Prima quando c’era il blocco dei paesi dell’Est, il comunismo era quel mostro. Caduto questo…se ne fa un altro. Il mostro adesso si è spostato in altri luoghi. E, quando finirà anche questa fase, chi avrà il potere farà lo stesso uso del mostro, perché gli permetterà di fare delle cose senza dover dare delle spiegazioni o giustificazioni. Perché c’è contingenza della situazione. Quanti leggi speciali sono fatti dopo l’11 settembre? Quante persone sono state rinchiuse ingiustamente a Guantanamo e simili? Questo avvenimento era già la proclamazione del nuovo nemico ufficiale dell’Occidente. La gente spesso si attiene a quella pillola dell’informazione che le viene data, spesso non approfondisce la notizia, non analizza, perché preferisce delegare.

Adesso si sta creando un nuovo ordine mondiale con le attuali rivoluzioni e i cambiamenti?

N. S. Noi speriamo di sì. Nessuno ci avrebbe mai scommesso. Eppure i ragazzi in Egitto sono stati capaci di rovesciare un regime che durava da decenni. Quindi qualcosa è accaduto lì, mentre l’Occidente era distratto dagli affari suoi. Lì c’è tutta una generazione che è cresciuta e che è riuscita ad acculturarsi e a scoprire le proprie potenzialità. Partendo dalla cosa più popolare come l’uso della rete Internet al fatto stesso di una generazione che è stata dilaniata e violentata per tanti anni e non ne può più. È un regime che poi non è riuscito a contenerli e a rinnovarsi. Eppure questi regimi stessi erano “la prima vera scorsa” del mondo arabo ma hanno deluso la popolazione. Speriamo possa andare a buon fine, perché c’è sempre il rischio che queste rivoluzioni di gelsomini possono essere dirottate da un sistema di potere ancora più subdolo di quello che era dichiarato. Speriamo che siano loro i pionieri di questa primavera fatta di un mondo pieno di ricchezze culturali, di forza e vitalità giovane che può dare molto a tutti, anche all’Europa.

M. L. Se ci pensiamo non sono neanche sei mesi che è cominciato tutto. Penso che siano degli epifenomeni, manifestazioni di movimenti storici profondi. Anche quello che sta accadendo in Europa è un qualcosa che fa prevedere dei grandi cambiamenti. Proprio per la loro profondità è difficile dire cosa saranno. Sarebbe bello se diventasse una rivoluzione non solo araba, ma una specie di rinascita Mediterranea. Qualcosa si vede un po’ con il movimento degli indignados in Europa, sopratutto in Spagna. È un segnale che sia il potere che la narrazione del potere, che finora hanno funzionato (come quella neoliberista) stanno perdendo il loro appeal. Perché sta venendo fuori che cosa è in realtà, sotto forma della crisi e del malessere piuttosto che benessere. È un po’ anche quello che è accaduto nei paesi arabi sotto una forma più violenta quando questi regimi hanno promesso il progresso e poi hanno portato una miseria, che a un certo punto ha creato una reazione tanto forte. Ci sono le basi perché possa accadere qualcosa del genere anche in Occidente e che possa diventare un movimento mondiale. Questo significa che deve nascere un’altra cultura, un nuovo modo di pensare. Pian piano stanno nascendo altri valori che oggi non sono mainstream. Noi come progetto culturale non possiamo fare altro che percepire con le antenne quello che ci succede intorno e cercare di restituirlo attraverso la musica e le nostre piccole narrazioni. Pensiamo di intercettare dei movimenti che ci sono già.

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