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Famiglie ucraine di Bologna: incontro in chiesa e difficoltà del ritorno psicologico

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Logo Redattore socialeC’è un angolo di Ucraina nel cuore di Bologna. È la chiesa di San Michele dei Leprosetti, in pieno centro storico: qui si incontrano ogni domenica circa 400 persone, soprattutto donne, per partecipare alla messa in rito greco-cattolico, ma anche per passare un po’ di tempo fra connazionali. “Quando si oltrepassa la soglia della chiesa, sembra di non essere in Italia” dice padre Andriy Zhyburskyy, il sacerdote rettore di San Michele.

“La maggior parte degli immigrati ucraini sono credenti. Alcune donne vengono qui alle 8 di mattina ogni domenica e rimangono fino alle 7 di sera. Tutti qui sono ucraini, preparano il tè, mangiano i piatti tipici”, spiega il rettore. La chiesa non è solo un luogo di culto, ma un posto attorno a cui ruota la vita sociale della comunità: qui si può ricevere sostegno e ascolto, trovare lavoro, educare i propri figli e celebrare insieme sia le feste religiose che quelle laiche, come il giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina (il 24 agosto). Nella chiesa di San Michele ci sono anche una biblioteca e una libreria. “Ma non vogliamo creare un muro”, sottolinea padre Zhyburskyy: “Noi siamo parte integrante di Bologna”.

La comunità ucraina a Bologna conta circa 3 mila residenti: 2.500 sono donne con un’età media attorno ai 50 anni. In Italia lavorano come badanti o addette alle pulizie, e spesso hanno lasciato in Ucraina marito e figli. Per loro la religiosità è un elemento importante, perché aiuta a integrarsi. Lidia Korolyshyn, 63 anni, è arrivata in Italia per la prima volta nel 2000 e nel 2004 è stata una delle fondatrici della comunità dei fedeli di Bologna. “Grazie a dio c’è la chiesa, dove la gente che è arrivata può radunarsi, pregare, confessare”, spiega. “Prima ci incontravamo nei parchi. Se non ci fosse la chiesa, avrei una nostalgia insopportabile”. Per gli ucraini greco-cattolici, che seguono il calendario delle feste ortodosse, all’inizio i luoghi di peghiera erano in via Tagliapietre e in via Libia. Nel 2009 però alla comunità è stata assegnata la chiesa di San Michele: l’interno doveva essere interamente ristrutturato, e la maggior parte del lavoro è stata fatta volontariamente dai fedeli della comunità in circa due mesi.

Oggi la chiesa è in piena attività: ogni domenica ci sono due messe, alle 10 e alle 14. La prima è frequentata principalmente dalle donne che la domenica hanno un giorno di ferie e da alcune famiglie ucraine o miste. Alla seconda vengono le badanti che ritagliano un  attimo di tempo dal lavoro. “La mattina aiutano i loro assistiti ad alzarsi, gli preparano la colazione, poi il pranzo, infine mangiano e vengono di corso in chiesa. Passano due ore qui e poi di nuovo a casa a lavare i piatti e a preparare la cena”, racconta padre Zhyburskyy. In totale da San Michele passano circa 400 persone ogni domenica (un centinaio di mattina e 300 di pomeriggio) e durante tutto il giorno la chiesa non si svuota. Dopo la prima messa, le donne rimangono sui banchi per chiacchierare. Gli argomenti principali sono il lavoro e le famiglie lasciate in Ucraina. Nel pomeriggio alcune mamme si riuniscono per leggere la preghiera comune di “Madri in preghiera” (Mothers Prayers è un movimento di gruppi di preghiera fondato nel 1995 in Gran Bretagna) per i loro figli rimasti in Ucraina. In chiesa vengono anche le famiglie con i figli nati in Italia e quelle miste: qui cercano di insegnare ai propri figli le tradizioni e la lingua ucraina. Padre Zhyburskyy orgnizza lezioni di catechismo ogni settimana: “Siamo preoccupati per i bambini nati qui, che parlano meglio l’italiano che l’ucraino. Ai bambini mancano le parole: per questo c’è il catechismo dove insegniamo come si dice ‘Dio’”.

Il sogno della piccola Cristina: “Voglio vivere qui e in Ucraina”

Ci sono le donne che hanno lasciato in Ucraina marito e figli, ma anche le famiglie che sono riuscite a riunirsi in Italia. Tutti però coltivano il sogno di tornare a casa. Per chi non è senza permesso di sosggiorno, però, tutto è più difficile

“Voglio vivere qui e in Ucraina”. Cristina ha sette anni, è nata in Italia e abita a Bologna insieme ai genitori Taras e Oksana, al fratello Nazar e alla nonna Lidia. Insime sono la famiglia Korolyshyn, una delle tante che frequentano la chiesa di San Michele dei Leprosetti. Una famiglia che in Italia si è inserita bene, ma che mantiene forti legami con l’Ucraina. “Adesso che i nostri i figli vanno a scuola non pensiamo di tornare”, spiega papà Taras, “ma non vogliamo neanche rimanere qui per sempre”. Lui e Oksana hanno già deciso di lasciare ai figli la decisione di prendere e meno la cittadinanza italiana al raggiungimento della maggiore età. Nonna Lidia, 63 anni, spiega che la politica in Ucraina ignora il fenomento dell’emigrazione: “Mi piange il cuore a pensare che mio figlio sia costretto a lavorare in un paese straniero.” Ma per ora non c’è altra scelta. “In generale mi piacciono l’Italia e gli italiani perché ci hanno aiutato molto e ci hanno sempre dato fiducia”.

Eppure è stata poprio lei, Lidia, la prima a trasferirsi in Italia. È arrivata nel 2000 per lavorare e dare un sostegno economico ai figli rimasti in Ucraina. Ora Lidia assiste un anziano di 87 anni nei lavori di casa, anche se non vive con lui. Nel 2002 l’ha raggiunta il figlio Taras (38 anni) insieme alla moglie Oksana (33 anni): la coppia aveva già un figlio, Nazar, che per qualche anno è rimasto in Ucraina con altri parenti. Solo nel 2004, alla nascita di Cristina, anche Nazar, che ora ha 13 anni, ha potuto raggiungere il resto della famiglia in Italia. La vita a Bologna è molto diversa da quella che la famiglia faceva in Ucraina. Lì Oksana lavorava nel laboratorio di un ospedale e Taras era un investigatore della Polizia. “Ormai quello è il passato, ma se gli stipendi fossero stati più alti, non mi sarei spostato” dice Taras, che in Italia ha lavorato in edilizia ma al momento è disoccupato. Oksana è addetta alle pulizie, ora ha finito un corso di abilitazione e lavora a ore.

La speranza di tornare c’è ancora. “A casa parliamo solo in ucraino”, racconta Oksana, “i nostri figli devono conoscere la lingua perché ogni anno andiamo in Ucraina. Adesso anche la piccola comincia a leggere il catechismo in ucraino, anche se confonde un po’ i due alfabeti. Anche quando è arrabbiata comincia a parlare in italiano”. Nazar, che frequenta la prima superiore, però ammette: “Mi piace di più stare in Ucraina, perché lì ho più amici e sono più libero perché i nostri parenti hanno una casa in campagna”. La famiglia Korolyshyn cerca di mantenere le tradizioni ucraine, di celebrare le feste e di continuare a cucinare i piatti tipici. Frequentano altre famiglie ucraine, ma poche italiane.

Il caso della famiglia Korolyshyn però è un’eccezione. La maggior parte della comunità è composta da donne sole, che in Italia lavorano come badanti o addette alle pulizie, e che hanno lasciato i figli nel paese d’origine. La loro condizione, già abbastanza dura, peggiora se non sono in regola con il permesso di soggiorno. È il caso di Olga (nome di fantasia, ndr), che due anni fa ha scelto di emigrare per aiutare la fmaiglia. Quando suo marito è morto, però, non è neanche potuta andare al suo funerale. A Bologna Olga lavora come badante e vive a casa della sua assistita. “Il lavoro è duro”, racconta, “lei è sempre arrabbiata. Non è mai contenta. Mi sgrida anche quando sua nipote di due anni vuole giocare con me. Ma la piccola mi è molto attaccata e mi chiama mamma”. E Olga in effetti è una mamma, ma i suoi figli sono lontani. “Il più piccolo non ha ancora 18 anni, ma se la cava da solo. Frequenta la scuola professionale, fa sport e manda avanti la casa”. La voglia di rivederlo è tanta e le brevi telefonate giornaliere non bastano mai.

Un libro e un’associazione per aiutare chi ritorna in Ucraina

In “Sotto i portici” Oksana Pronyuk racconta la vita delle donne ucraine a Bologna, per spiegare ai propri connazionali com’è la vita degli emigrati. “Il ritorno è il momento più difficile, bisogna ricostruire un rapporto con i propri familiari”

“Le donne ucraine in Italia non solo lavorano, ma vanno in chiesa, cantano, partecipano ai concerti, ricamano, scrivono poesie. Questa è una grande impresa: queste donne non cedono alla paura e alla depressione ma hanno una grande autodisciplina. Sono istruite e intelligenti”. Per raccontare la loro particolare condizione, Oksana Pronyuk, lei stessa emigrata a Bologna dal 2003 al 2006, ha pubblicato un libro-manuale che mette in luce vari aspetti della vita degli emigrati ucraini in Italia. Il libro si chiama “Sotto i portici” ed è stato pubblicato in Ucraina nel 2009. Anche se l’emigrazione ucraina in Italia esiste già da quasi 20 anni, il volume della Pronyuk è una delle prime pubblicazioni sul tema. Nelle sue pagine sono descritti i motivi dell’arrivo, i tipi di lavoro, il tempo libero, il ruolo della chiesa e della religione, il rapporto con i figli e i familiari lasciati e anche il difficile processo di adattamento al ritorno.

Per Oksana, come per molti altri, tornare in Ucraina non è stato facile. I suoi due figli erano cresciuti, ec’è voluto parecchio tempo per ricostruire un rapporto. “Osservavo com’erano cambiati, aspettavo che tornassero a casa e semplicemente li guardavo e li ascoltavo. Era come se dovessi conoscerli di nuovo.” Anche il proprio ruolo a casa era da re-imparare. “Mentre ero via, facevano tutto i miei figli e mio marito. Ora ognuno doveva ritrovare il proprio posto e il proprio compito. Meno male che lo capivamo tutti”. Allo stesso tempo Oksana sentiva la mancanza della “seconda famiglia” in Italia: “Ero sempre al telefono con l’Italia e questo la mia famiglia non lo capiva. Ma se qualcuno ti ha aiutato quando eri nei guai, è invitabile sentirsi molto vicini. Mantengo ancora i contatti con tutti, anche con gli amici italiani, alcuni sono anche venuti a trovarmi qui”.

Insieme a un gruppo di persone tornate in Ucraina, Oksana ha creato inoltre l’associazione Pietà, che aiuta a reintegrarsi e dà un sostegno psicologico e spirituale a chi torna dall’emigrazione. L’associzione ha anche organizzato una mostra itinerante sulla vita degli emigrati, oltre a dibattiti e incontri con i loro parenti. “Vogliamo aiutare le persone che dopo il ritorno non vengono comprese dai loro familiari”, spiega Oksana. “Parliamo con loro. Ognuno racconta la sua storia e non deve vergognarsi perché tutti condividono esperienze simili, a volte traumatiche. Andiamo nelle scuole per spiegare ai figli cosa fanno le loro mamme, perché spesso non lo sanno”.

Molti, però, al ritorno in Ucraina non riescono a reintegrarsi e decidono di partire di nuovo. “Se avessi avuto i documenti, l’avrei fatto anche io” dice Olga Shklyar, una delle fondatrici dell’associazione Pietà. “Molti, non riuscendo a risolvere i problemi con i figli, scappano, perché è più facile mandare i soldi o scambiare qualche parola al telefono che guardarsi negli occhi. Mi fanno pena quelli che stanno via 7-10 anni. Non so in che condizioni torneranno. Spero che trovino qualcuno che gli darà il sostegno che ho avuto io”, aggiunge Olga. “Il ritorno dall’immigrazione deve cominciare in Italia”, è convinto Igor Lazaryshyh, giornalista ed ex-emigrante. Mentre lavorava a Bologna come badante, collaborava con vari giornali in Ucraina e al ritorno uno lo ha assunto. “Ero l’unico giornalista ucraino a Bologna. Scrivevo delle elezioni, della ‘rivoluzione arancione’ nella comunità ucraina in Italia. Ero al centro degli eventi e questo mi confortava”. Secondo Igor, il ritorno “fisico” non basta, ma quello psicologico aviene solo dopo alcuni anni.

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2 thoughts on “Famiglie ucraine di Bologna: incontro in chiesa e difficoltà del ritorno psicologico

  1. Bravissima Ilona, appena ho un po’ di tempo leggerò con attenzione…

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  2. Un bel articolo, grazie di avermelo fatto vedere! 🙂 Sono, pero, un po’ scettico in cosa ruguarda le storie personali di ucraini qui. Cioe’, ache io lo vivo, l’essere immigrato (e pure ho vissuto piu’ di 10 anni in Ucraina in una famiglia ‘transnazionale’);
    secondo me, una buona parte di cio’ che dicono immigrati ucraini sono i miti\narrativi personali che non sono oggettivi e ‘veri’ fattualmente. Cmq, questo non li (narrativi) rende meno effettivi. La gente da’ senso al loro vivere in Italia in questo modo, raccontando che ‘vogliamo tornare in Ucraina’.

    Purtroppo, la verita’ sociale e’ diversa. Vanno a unirsi in chiesa, ma nessuno parla degli diritti.. la gente sceglie di descriversi come ‘poveri’, ‘sfigati’ o altro, non vedendo in gran parte le condizioni dell’esistenza, non parlando ad alta voce del razzismo degli italiani, del sottomettersi, delle possibilita’ di emancipazione.

    Scusa per il manifesto marxista qui 🙂 Cmq, l’altra parte di tutto questo e’ proprio quello che hai fatto vedere tu — il dolore personale, famiglie disunite etc. …

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