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Disturbi alimentari: “Anche i genitori hanno un ruolo nel trattamento”

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Pubblicato su Redattore Sociale

Logo Redattore socialeBOLOGNA – Non si porta dentro il cibo. Non si parla di cibo. Non si guarda nel piatto dell’altro. La merenda va consumata sempre. Dopo i pasti si sta seduti 20 minuti. Non si studia. Sono alcune delle regole da rispettare all’interno del Day Hospital, un centro diurno per i pazienti con disturbi alimentari dell’Ospedale Sant’Orsola-Malpighi a Bologna che negli ultimi 10 anni ha accolto 1.251 persone.

I pazienti, per la maggior parte ragazze (solo 16 i maschi) spesso molto intelligenti, brave negli studi e con una grande forza e autocontrollo, arrivano dopo che i famigliari notano il rifiuto di mangiare. I genitori hanno un ruolo importante nel trattamento della malattia, perché anche le dinamiche familiari sono una delle sue principali cause.

“Ci deve essere un coinvolgimento della famiglia, perché bisogna educare anche il genitore. Offriamo il nostro aiuto anche a loro” dice Francesca Rossi, la neuropsicologa del centro. Più di metà dei pazienti (58,3%) hanno sofferto di anoressia, un terzo (31,3%) di bulimia e il resto con sintomi vari, tra cui il binge eating che si manifesta come alimentazione incontrollata. Nel centro regionale il 35,8 % dei pazienti sono bolognesi, il 24,8% vengono da fuori Bologna e il 39,1% arrivano fuori dall’Emilia-Romagna. In generale, i più esposti alla malattia sono i giovani dai 12 ai 22 anni, ma i disturbi possono essere presenti anche nelle donne intorno ai 40-45 anni. È in aumento anche il numero dei bambini che cominciano ad avere le prime avvisaglie a 7-8 anni (rifiuto del cibo, disturbi della crescita) che con l’adolescenza possono diventare disturbi alimentari.

Il trattamento dei disturbi comincia all’ambulatorio del Centro di neuropsichiatria infantile all’ospedale Sant’Orsola dove è stato creato un reparto per i pazienti affetti da anoressia nel 1994 dopo che hanno cominciato ad arrivare bambini con sintomi che non erano di causa organica (mancanza di appetito). Se il paziente è sotto i 18 anni o nei casi gravi a rischio di vita (deve essere nutrito artificialmente) viene inserito al reparto. I pazienti dai 18 ai 24 anni accedono al Day Hospital dove soggiornano dalle 9 alle 17 tutti i giorni lavorativi e accedono ai gruppi di accoglienza e sostegno, educazione alimentare, terapie di psicodramma e assertività, laboratori creativi (arte e scrittura) e di percezione dei media.

Se il paziente non entra in nessuna delle categorie descritte prima (è più grande o non in condizioni gravi) continua a frequentare l’ambulatorio dove fa anche le consultazioni psicologiche individuali. Le tre figure principali che seguono i pazienti sono il medico che si occupa degli esami clinici e della terapia farmacologica, il dietista che prepara il menù individuale e il neuropsicologo che gestisce i colloqui individuali e le terapie di gruppo. “Più che i disturbi alimentari, le condizioni psichiche portano il soggetto a sviluppare una forma di dipendenza. All’anoressia molto spesso si aggiunge un disturbo psicologico, per esempio la depressione, che può essere anche geneticamente ereditato,” spiega Rossi.

Uno dei laboratori tratta gli effetti dei media sulla percezione del proprio corpo. Il cambiamento dell’identità di genere e dei canoni di bellezza in un certo modo influiscono sui disturbi alimentari, perché è un fenomeno dei Paesi occidentali sviluppati. Alle ragazze viene mostrata la foto della statua di un donna robusta, il simbolo di fertilità. “Adesso non la farebbero così. Sarebbe una donna androgina, alta e magra, ma con la pancia” dice una delle ragazze, descrivendo la propria concezione del simbolo di fertilità contemporaneo. In un’altra foto si vede il primo piano di una donna che urla. “La invidio, perché troppe volte mi sento così, ma non lo faccio. Lei non si vergogna” descrive le proprie sensazioni un’altra giovane paziente.

Se al Day Hospital le ragazze in media rimangono 2-5 mesi, al reparto possono rimanere solo 3 mesi. Dopo la terapia deve essere continuata al Centro di salute mentale o da uno psicologo privato ma, precisa Rossi, “le consultazioni dai privati sono molto costose e non tutte le ragazze possono permettersele”. Anche se una completa guarigione non è possibile, non vuol dire che le persone non possono fare una vita normale. “Si può imparare a convivere con il proprio disturbo” conclude Rossi.

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One thought on “Disturbi alimentari: “Anche i genitori hanno un ruolo nel trattamento”

  1. Certo che hanno un ruolo fondamentale. Non ero qui se non per colpa loro.
    La loro parte l’hanno fatta anche loro. Ne sono certa.
    http://www.disordinialimentari.wordpress.com

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